Decidere di contattare uno psicologo non è mai un gesto automatico. Spesso arriva dopo settimane, mesi, a volte anni di tentativi fatti da soli.
Ed quasi sempre è accompagnato da domande come:
“Cosa dovrò dire?”
“E se non so da dove iniziare?”
“E se mi sento a disagio?”
Sono domande normali. Ed è proprio da qui che vale la pena partire.
Il primo colloquio non è un esame.
Una delle paure più comuni è quella di dover spiegare tutto bene, di trovare le parole giuste, di “non dire cose sbagliate”.
In realtà, nel primo incontro non c’è niente da dimostrare. Non è un test, non è una valutazione, non è un interrogatorio. Ma è uno spazio in cui puoi portare: confusione, silenzi, emozioni difficili o anche il semplice “non so bene perché sono qui”. E va bene così.
Quindi da dove si comincia, dov’è l’inizio?
Di solito si parte da ciò che ti ha spinto a chiedere un appuntamento: un momento di fatica, un sintomo che preoccupa o una sensazione che non passa.
Non serve avere una storia ordinata. Spesso le cose si chiariscono parlandone insieme, poco alla volta.
Cosa fa lo psicologo in quel primo incontro?
Il mio ruolo non è giudicare né dare etichette immediate.
È piuttosto quello di: ascoltare con attenzione, aiutarti a mettere ordine, capire con te cosa sta succedendo e valutare se e come possiamo lavorare insieme
Il primo colloquio serve anche a questo: capire se ti senti a tuo agio, se c’è uno spazio di fiducia possibile.
E se mi emoziono?
Può succedere. Così come può succedere di non sentire niente di particolare.
Entrambe le cose vanno bene. A volte le emozioni arrivano quando meno ce lo aspettiamo, altre volte hanno bisogno di tempo per emergere.
Non c’è un modo giusto di vivere il primo incontro.
Dopo il primo colloquio o alla fine dell’incontro si può: decidere di iniziare un percorso, prendersi del tempo per riflettere oppure capire che non è il momento giusto. Anche questo fa parte del rispetto della persona e dei suoi tempi.

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